lunedì 15 novembre 2010
Lo spazio da Pietrabbondante
venerdì 25 giugno 2010
Curiosità sul paese - Come eravamo
Quando c’era la piena al fiume i viandanti di ( Pietrabbondante, Castelverrino e Caccavone ) passavano sulla scala posta sopra le acque. Chi aveva paura, passava “mani e piedi tra i pioli sconnessi” (passava alla ‘Ngacciun).
La nevicata del 56
I nonni raccontano che, nel lontano inverno del 1956, una nevicata eccezionale coprì ogni cosa e costrinse gli abitanti del paese a rimanere tanti giorni in casa. Si usciva dalle finestre e si scavarono delle vere e proprie gallerie nella neve per muoversi tra le abitazioni. Dentro casa le donne, siccome non potevano andare a prendere l’acqua nei pozzi scioglievano la neve per lavare e cucinare.
Di solito nel mese di marzo si tagliavano i capelli dei bambini a zero per farli ricrescere sani,belli e forti .era molto usato il taglio “ ch la spasetta” ; questa veniva capovolta in testa al bambino e si tagliavano tutti i capelli che ne uscivano fuori.
Il bucato era un’operazione lunga e complessa: prima di tutto si preparava la “l’iscia” ( si faceva bollire acqua e cenere nel caldaio sul focolare) , poi si versava sulla biancheria che era ricoperta da un telone a trama fitta chiamato “r c’nron”. Dopo un lungo ammollo, che durava anche due o tre giorni, la biancheria si portava al fiume con i cesti di vimini; qui si insaponava sulle pietre e poi si sciacquava nell’acqua corrente.
A Pasqua si usava regalare dei dolcetti ai più piccini: alle bambine la “p’potta”, una bambola dolce con un uovo incastrato nella pasta; ai bambini si donava “r caccialebbre” o un cestino di pasta “n’ cisc d’ pascta dolg”.
Il lunedi in Albis davanti alla cappella di San Vincenzo c’era la benedizione degli animali. Seguiva la scampagnata, le donne nei grossi canestri portavano “sprssat, salgiccia, ova sod, frttieta e cacaruozz”.
La domenica delle palme gli innamorati portavano “la palma” alla propria fidanzata. Il ramoscello d’ulivo adorno con fiori, nastrini e fiocchetti era accompagnata da un anello d’oro benedetto in chiesa.
Il giovedì santo, dopo una messa solenne. Alla quale partecipa tutto il popolo, si “legano le campane” in segno di lutto per la morte di Gesù; non si possono più suonare fino a sabato santo a mezzogiorno…
Durante il mese di maggio “z’ accucchieaven l crap e z’ faceva la mandra” si riunivano le capre di diverse famiglie e, in seguito alla misurazione del latte, che avveniva con estrema precisione, i proprietari andavano a rotazione a pascolare e potevano usare tutto il latte ricavato.
LA GIORNATA DEL MIETITORE “La j’ernata d r ‘ m’t’tor
Questa giornata era lunga e pesante per cui spesso il ritmo veniva interrotto…. Erano previsti: la “v’vtella” zuppa con pane e vino; la “qulazione”. Le donne portavano nei canestri di vimini, una grossa pagnotta di pane scavata e imbottita con salsiccia, frittata, peperoni e pancetta fritta; “r’ r’nfresch” , verso le 3 o le 4 del pomeriggio, con vino, taralli e paste fatte con l'amoniaca.
giovedì 24 giugno 2010
Una insolita guida del Molise: Non è per cattiveria
mercoledì 9 giugno 2010
Sanniti su Nonciclopedia
venerdì 14 maggio 2010
L'altro monumento ai sanniti
mercoledì 12 maggio 2010
La macchia di petrolio in Molise
martedì 27 aprile 2010
Descrivere il comune
Sotto l'ultima descrizione che abbiamo trovato:http://rete.comuni-italiani.it/desc/1878
mercoledì 21 aprile 2010
La tavola Osca: un primordiale masterizzatore?
Curioso articolo uscito sul sito: www.forchecaudine.com
CAPRACOTTA (ISERNIA) - Chiunque si sofferma a destra della fontana, che si trova prospiciente piazza Falconi, nota una nicchia dove sono stati collocati due manufatti di cui,
la maggior parte, non sa cosa vogliano rappresentare e/o significare sebbene abbiano avuto un ruolo fondamentale nella storia di Capracotta.
Uno è la rappresentazione in scala della vecchia Torre Medioevale, sostituita dall'attuale fontana e l'altro è, fissata ad una lastra di pietra autoctona, la copia in scala! della "Tavola Osca" del III° secolo a.C. , l'originale viene conservato dal 1873 nel British Museum di Londra, (3° piano, galleria G69).
Per quanto riguarda le sue origini, il suo ritrovamento casuale presso la Fonte Romita nel 1848, la storia e la traduzione di ciò che risulta riportato su ambo i lati della "tavoletta" lascio la "parola" in corsivo agli studiosi, fra questi il compianto "maestro" D. D'Andrea mentre io mi soffermerò su alcune mie personali considerazioni tecniche.
La tavoletta, ad Unità d'Italia avvenuta, fu offerta in vendita al governo italiano per 1.000 £ (mille lire!), e pensare che a Garibaldi fu concesso una buonuscita di 5£ (cinque lire!) per ritirarsi a Caprera; fu così che finì a Londra nel 1873 venduta da un commerciante di Agnone e ciò contribuì a far sì che per quasi un secolo è stata chiamata come Tavola di Agnone.
Visitando il Museo di Londra l'ho osservata e fotografata minuziosamente, pensavo di trovarla situata da sola in una vetrinetta come una regina e ben messa in'evidenza, invece si trova a fare compagnia ad altri reperti storici senza neanche un cartello che ne evidenzi la sua presenza-
La "tavola" al dire il vero dovrebbe essere chiamata "lamina" visto che lo spessore medio è pari a 4.2 millimetri, la base circa 165 millimetri, altezza circa 279.5 millimetri, peso circa 2332 grammi e dovrebbe essere una lega di bronzo con una percentuale piombo.
Osservandola si evince che:
a)- Le frasi sono alquanto profonde e i caratteri simili sono di eguale dimensioni.
b)- Lo spessore non è costante, la lamina è bombata al centro e lo spessore ai lati è di circa 3.5 millimetri mentre al centro è circa 5 millimetri.
c)- Le frasi non risultano ottenute per battitura (non si evidenziano i normali rilievi ai bordi) bensì con una normale fusione.
d)- La cosa strana è che l'unica lamina fra tutte quelle presenti a riportare le parole da ambo i lati e ad avere una leggera bombatura al centro, che porta a considerare l'eventualità che servisse a produrre tavolette di argilla recante preghiere e invocazioni rivolte agli dei e si può pensare di avere a che fare con l'antisegnano dell'attuale Masterizzatore. La procedura del calco è simile a quella utilizzata per la rilevazione delle impronte digitali.
La tavolletta di "creta" è "il negativo computerizzato" della Tavola Osca ottenuto simulando una normale operazione di creazione dei bassorilievi.
A tal proposito si potrebbe obiettare che la lingua Osca si leggeva e/o si scriveva da destra verso sinistra, però bisogna fare delle opportune considerazioni storiche:
La romanizzazione dei Sanniti
Le guerre fra i Romani e i Sanniti cominciarono intorno alla prima metà del IV secolo a.C. e terminarono nel 290 a.C. con condizioni di pace molto dure, iniziò la romanizzazione con l'introduzione del latino ed entro il 100 a.C. la romanizzazione del Sannio era un fatto compiuto. Per un cinquantennio, fra il 270 a.C. e il 220 a.C., vissero in pace e furono fedeli alleati di Roma. Gli antichi abitatori del Sannio celebravano i loro riti all'aperto, i Templi coperti cominciarono a sorgere verso la fine del III secolo a.C., la loro concezione onumentale e architettonica testimonia l'adozione di esperienze romaniche ed elleniche; com'è facilmente riscontrabile nel Teatro-Tempio di Pietrabbondante risalente al 250 a.C. insieme alla Tavola Osca. Notevoli nella lingua osca sono le concordanze con il latino, attribuite agli scambi linguistici avvenute tra le due lingue, la più antica iscrizione peligna è,
infatti, in lettere latine. La letteratura sannita è stata molto povera, seppure sia mai esistita.
La coscienza nazionale dei Sanniti
Fino al III° secolo a.C. le quattro tribù (Carecini, Caudini, Irpini e Pentri) erano riunite in un'associazione, la Lega Sannitica, che Livio chiama " Civitas Samnitium".
La coscienza nazionale era molto forte e quando il pericolo di un'invasione incombeva, i Sanniti dimenticavano le discordie interne e fronteggiavano uniti il mondo esterno.
"La Lega conteneva in seno gli elementi del federalismo, un tipo di sistema verso cui i popoli sabelli sembra che avessero una sorta di inclinazione istintiva", dice il Salmon, che in questo paragrafo si trascrive passo passo. Si pensi agli insorti della guerra Sociale, quasi tutti Sabelli o Sabellici, che nella loro unione dovevano costituire qualcosa di più di un patto militare.
Il fatto di aver stabilito una capitale unica e un senato a Corfinium, di aver periodicamente convocato un'assemblea, di aver assunto il nome "ITALIA" e di aver in qualche modo una cittadinanza comune, rivela un tentativo di dare all'Italia un assetto federativo.
La diaspora dei Sanniti
La guerra scoppiata in Oriente contro Mitridate allontanò Silla, sempre in cerca di occasioni per accrescere il suo potere, dal teatro delle operazioni contro i Sanniti nel centro Italia. Mario, in assenza di Silla, suo rivale nella lotta per il potere, torna in auge e concede ai Sanniti quei diritti giuridici e sociali che Silla negava per il suo implacabile odio dovuto per le prime guerre sannitiche combattute dai suoi antenati.
La sfacciata partigianeria a favore di Mario porta i Sanniti ad approntare un esercito nel tentativo di ostacolare l'avanzata di Silla contro Mario e nel novembre dell' 82 a.C. persero la loro ultima grande battaglia a Porta Collina. Silla si vendicò ferocemente dell'appoggio da essi dato a Mario e ordinò di sterminarli insieme ai difensori di Praeneste e fece del Sannio un paese devastato, un deserto, tanto che, dice Floro, "era quasi impossibile scoprire il Sannio all'interno del Sannio". E tuttavia non riuscì ad annullare l'identità di questo fiero e indomito popolo.
Nella diaspora, perché proprio di diaspora si trattò, molti di essi emigrarono in altre parti dell'Impero, sin nella Gallia Cisalpina e Transalpina. Ironia della sorte, la figlia di Silla, Fausta Cornelia, andò sposa a un sannita.
Gli insediamenti sannitici erano due (uno a Guastra e uno a Macchia) e la Tavoletta di Bronzo veniva portata in processione, toccando i 15 "orti", ad anni alterni e le tavolette d'argilla facevano parte del corredo funerario dei sanniti tumulati in tombe coperte con lastroni di pietra.
A tal proposito, nel 1939 mio nonno, mentre arava, scoperchiò con la punta del vomere una di queste tombe e vennero alla luce dei reperti di terracotta, compresa una di queste tavolette incise. Un sordo rumore si riscontrava per quasi tutto il terreno quando mio nonno arava e questo lo indusse alla considerazione di trovarsi davanti a un cimitero! E per questo motivo il terreno fu lasciato a pascolo per sempre.
Mio nonno e mia nonna ci parlavano sempre di un muro chiamato delle "monete", di una chiesa sconsacrata, le cui pietre servirono per costruire il "quarto" della masseria, di tombe presenti all'interno di una masseria!, etc.. cose che all'età di 10 anni ci lasciavano esterrefatti per la paura visto che eravamo cresciuti con le favole di streghe, stregoni e lupi, francamente si pensava che fossero le solite balle raccontate dai nonni, solo circa 20 anni fa mia nonna e mia madre hanno confermato che ciò era vero!
Un percorso univa i due insediamenti e fa parte di un complesso progetto di valorizzazione turisco-storico di alcune zone appartenenti ai Comuni di Capracotta - Agnone e Pietrabbondante mediante la stesura di sentieri percorribili a cavallo, mountine bike, a piedi, etc.. e fra questi spicca anche quello relativo alla scoperta dei vecchi mulini di AGNONE: Santa Lucia, San Francesco, Santa Chiara, Santa Maria d'Agnone, dell'Unità di
Agnone e di CAPRACOTTA: Santa Croce, delle Ramiere, etc.. tutti prospicienti il fiume Verrino: A tal proposito verrà restaurata la copia, in formato digitale a colori, di una vecchia mappa del ‘700 gentilmente messa a disposizione dal Comune di Agnone attraverso l'assessore al turismo Armando Li Quadri.
Tutti i percorsi sono tridimensionali e georeferenziati, sarà possibile percorrerli anche con l'ausilio di Smartphone e/o Cellulari con ortofoto satellitari e GPS incorporati.
(Ing. Filippo Di Tella)
la maggior parte, non sa cosa vogliano rappresentare e/o significare sebbene abbiano avuto un ruolo fondamentale nella storia di Capracotta.
Uno è la rappresentazione in scala della vecchia Torre Medioevale, sostituita dall'attuale fontana e l'altro è, fissata ad una lastra di pietra autoctona, la copia in scala! della "Tavola Osca" del III° secolo a.C. , l'originale viene conservato dal 1873 nel British Museum di Londra, (3° piano, galleria G69).
Per quanto riguarda le sue origini, il suo ritrovamento casuale presso la Fonte Romita nel 1848, la storia e la traduzione di ciò che risulta riportato su ambo i lati della "tavoletta" lascio la "parola" in corsivo agli studiosi, fra questi il compianto "maestro" D. D'Andrea mentre io mi soffermerò su alcune mie personali considerazioni tecniche.
La tavoletta, ad Unità d'Italia avvenuta, fu offerta in vendita al governo italiano per 1.000 £ (mille lire!), e pensare che a Garibaldi fu concesso una buonuscita di 5£ (cinque lire!) per ritirarsi a Caprera; fu così che finì a Londra nel 1873 venduta da un commerciante di Agnone e ciò contribuì a far sì che per quasi un secolo è stata chiamata come Tavola di Agnone.
Visitando il Museo di Londra l'ho osservata e fotografata minuziosamente, pensavo di trovarla situata da sola in una vetrinetta come una regina e ben messa in'evidenza, invece si trova a fare compagnia ad altri reperti storici senza neanche un cartello che ne evidenzi la sua presenza-
La "tavola" al dire il vero dovrebbe essere chiamata "lamina" visto che lo spessore medio è pari a 4.2 millimetri, la base circa 165 millimetri, altezza circa 279.5 millimetri, peso circa 2332 grammi e dovrebbe essere una lega di bronzo con una percentuale piombo.
Osservandola si evince che:
a)- Le frasi sono alquanto profonde e i caratteri simili sono di eguale dimensioni.
b)- Lo spessore non è costante, la lamina è bombata al centro e lo spessore ai lati è di circa 3.5 millimetri mentre al centro è circa 5 millimetri.
c)- Le frasi non risultano ottenute per battitura (non si evidenziano i normali rilievi ai bordi) bensì con una normale fusione.
d)- La cosa strana è che l'unica lamina fra tutte quelle presenti a riportare le parole da ambo i lati e ad avere una leggera bombatura al centro, che porta a considerare l'eventualità che servisse a produrre tavolette di argilla recante preghiere e invocazioni rivolte agli dei e si può pensare di avere a che fare con l'antisegnano dell'attuale Masterizzatore. La procedura del calco è simile a quella utilizzata per la rilevazione delle impronte digitali.
La tavolletta di "creta" è "il negativo computerizzato" della Tavola Osca ottenuto simulando una normale operazione di creazione dei bassorilievi.
A tal proposito si potrebbe obiettare che la lingua Osca si leggeva e/o si scriveva da destra verso sinistra, però bisogna fare delle opportune considerazioni storiche:
La romanizzazione dei Sanniti
Le guerre fra i Romani e i Sanniti cominciarono intorno alla prima metà del IV secolo a.C. e terminarono nel 290 a.C. con condizioni di pace molto dure, iniziò la romanizzazione con l'introduzione del latino ed entro il 100 a.C. la romanizzazione del Sannio era un fatto compiuto. Per un cinquantennio, fra il 270 a.C. e il 220 a.C., vissero in pace e furono fedeli alleati di Roma. Gli antichi abitatori del Sannio celebravano i loro riti all'aperto, i Templi coperti cominciarono a sorgere verso la fine del III secolo a.C., la loro concezione onumentale e architettonica testimonia l'adozione di esperienze romaniche ed elleniche; com'è facilmente riscontrabile nel Teatro-Tempio di Pietrabbondante risalente al 250 a.C. insieme alla Tavola Osca. Notevoli nella lingua osca sono le concordanze con il latino, attribuite agli scambi linguistici avvenute tra le due lingue, la più antica iscrizione peligna è,
infatti, in lettere latine. La letteratura sannita è stata molto povera, seppure sia mai esistita.
La coscienza nazionale dei Sanniti
Fino al III° secolo a.C. le quattro tribù (Carecini, Caudini, Irpini e Pentri) erano riunite in un'associazione, la Lega Sannitica, che Livio chiama " Civitas Samnitium".
La coscienza nazionale era molto forte e quando il pericolo di un'invasione incombeva, i Sanniti dimenticavano le discordie interne e fronteggiavano uniti il mondo esterno.
"La Lega conteneva in seno gli elementi del federalismo, un tipo di sistema verso cui i popoli sabelli sembra che avessero una sorta di inclinazione istintiva", dice il Salmon, che in questo paragrafo si trascrive passo passo. Si pensi agli insorti della guerra Sociale, quasi tutti Sabelli o Sabellici, che nella loro unione dovevano costituire qualcosa di più di un patto militare.
Il fatto di aver stabilito una capitale unica e un senato a Corfinium, di aver periodicamente convocato un'assemblea, di aver assunto il nome "ITALIA" e di aver in qualche modo una cittadinanza comune, rivela un tentativo di dare all'Italia un assetto federativo.
La diaspora dei Sanniti
La guerra scoppiata in Oriente contro Mitridate allontanò Silla, sempre in cerca di occasioni per accrescere il suo potere, dal teatro delle operazioni contro i Sanniti nel centro Italia. Mario, in assenza di Silla, suo rivale nella lotta per il potere, torna in auge e concede ai Sanniti quei diritti giuridici e sociali che Silla negava per il suo implacabile odio dovuto per le prime guerre sannitiche combattute dai suoi antenati.
La sfacciata partigianeria a favore di Mario porta i Sanniti ad approntare un esercito nel tentativo di ostacolare l'avanzata di Silla contro Mario e nel novembre dell' 82 a.C. persero la loro ultima grande battaglia a Porta Collina. Silla si vendicò ferocemente dell'appoggio da essi dato a Mario e ordinò di sterminarli insieme ai difensori di Praeneste e fece del Sannio un paese devastato, un deserto, tanto che, dice Floro, "era quasi impossibile scoprire il Sannio all'interno del Sannio". E tuttavia non riuscì ad annullare l'identità di questo fiero e indomito popolo.
Nella diaspora, perché proprio di diaspora si trattò, molti di essi emigrarono in altre parti dell'Impero, sin nella Gallia Cisalpina e Transalpina. Ironia della sorte, la figlia di Silla, Fausta Cornelia, andò sposa a un sannita.
Gli insediamenti sannitici erano due (uno a Guastra e uno a Macchia) e la Tavoletta di Bronzo veniva portata in processione, toccando i 15 "orti", ad anni alterni e le tavolette d'argilla facevano parte del corredo funerario dei sanniti tumulati in tombe coperte con lastroni di pietra.
A tal proposito, nel 1939 mio nonno, mentre arava, scoperchiò con la punta del vomere una di queste tombe e vennero alla luce dei reperti di terracotta, compresa una di queste tavolette incise. Un sordo rumore si riscontrava per quasi tutto il terreno quando mio nonno arava e questo lo indusse alla considerazione di trovarsi davanti a un cimitero! E per questo motivo il terreno fu lasciato a pascolo per sempre.
Mio nonno e mia nonna ci parlavano sempre di un muro chiamato delle "monete", di una chiesa sconsacrata, le cui pietre servirono per costruire il "quarto" della masseria, di tombe presenti all'interno di una masseria!, etc.. cose che all'età di 10 anni ci lasciavano esterrefatti per la paura visto che eravamo cresciuti con le favole di streghe, stregoni e lupi, francamente si pensava che fossero le solite balle raccontate dai nonni, solo circa 20 anni fa mia nonna e mia madre hanno confermato che ciò era vero!
Un percorso univa i due insediamenti e fa parte di un complesso progetto di valorizzazione turisco-storico di alcune zone appartenenti ai Comuni di Capracotta - Agnone e Pietrabbondante mediante la stesura di sentieri percorribili a cavallo, mountine bike, a piedi, etc.. e fra questi spicca anche quello relativo alla scoperta dei vecchi mulini di AGNONE: Santa Lucia, San Francesco, Santa Chiara, Santa Maria d'Agnone, dell'Unità di
Agnone e di CAPRACOTTA: Santa Croce, delle Ramiere, etc.. tutti prospicienti il fiume Verrino: A tal proposito verrà restaurata la copia, in formato digitale a colori, di una vecchia mappa del ‘700 gentilmente messa a disposizione dal Comune di Agnone attraverso l'assessore al turismo Armando Li Quadri.
Tutti i percorsi sono tridimensionali e georeferenziati, sarà possibile percorrerli anche con l'ausilio di Smartphone e/o Cellulari con ortofoto satellitari e GPS incorporati.
(Ing. Filippo Di Tella)
lunedì 8 marzo 2010
Il plastico dell’area archeologica
Una foto del plastico dell’area archeologica che si può osservare all’ingresso del palazzo della Provincia di Isernia.
lunedì 1 marzo 2010
SFAP – La linea elettrica di inizio ’900 Agnone-Pietrabbondante-Pescolanciano
Agnone-Pietrabbondante-Pescolanciano in treno. Per chi conosce la regione Molise potrebbe apparire strano, ma è proprio così. Nel 1914 nasceva la “Società per la Ferrovia Agnone-Pescolanciano” con la sua linea che in alcuni punti superava i 1.000 metri di altezza s.l.m. e nel maggio dello stesso anno il primo viaggio del treno a trazione elettrica giungeva festante in Agnone. La ferrovia, destinata al trasporto sia di persone che di merci, ebbe anni di fiorente attività. Purtroppo dopo il secondo conflitto mondiale, distrutta dalle truppe tedesche in ritirata, non fu mai più ricostruita.
Da Wikipedia
La Ferrovia Agnone-Pescolanciano era una linea ferroviaria a scartamento ridotto che collegava Agnone con Pescolanciano in Molise dismessa nel 1944. La costruzione della linea ferrata venne chiesta dalle popolazioni locali con lo scopo di rompere l'isolamento delle aree interne del Molise sin dall'inizio del secolo XX. Il progetto, redatto dall'ingegnere Federigo Sabelli, venne approvato negli anni dieci ed autorizzato l'esercizio con trazione elettrica; fu aperta al traffico nel maggio 1914 dalla Società per la Ferrovia Agnone-Pescolanciano che ne era la concessionaria. La linea aveva caratteristiche spiccate di ferrovia di montagna raggiungendo in qualche punto anche i 1.000 m s.l.m. La gestione venne assunta in seguito dalla società concessionaria SAM (Servizi Automobilistici Molisani). La ferrovia svolse servizio viaggiatori e merci in piccole partite fino alla seconda guerra mondiale. Realizzava anche la coincidenza con i treni della Ferrovia Sulmona-Carpinone nella stazione di Pescolanciano. Venne distrutta nel settembre del 1943 dai guastatori tedeschi in ritirata che ne minarono tutte le opere d'arte distruggendone in maniera capillare le infrastrutture. A causa dei gravi danni subiti non ne venne prevista più la ricostruzione.
Alcune foto tratte dall’articolo pubblicato da Franco Valente: Agnone: “Ru strasciòine”, un treno che non c’è più.
La cartina e il percorso dell’ex-ferrovia dal sito Ferrovie Abbandonate:
Bibliografia
- Federigo Sabelli, Relazione sul progetto della ferrovia economica Agnone-Pescolanciano, Agnone, Tip. Sannitica, 1907.
- Fabrizio Minichetti, SFAP:Società Ferroviaria Agnone Pescolanciano 1915-1944, , ed. Le rotaie.
- Gianni Trivellini, Le ferrovie nel Molise, ed.Cosimo Iannone Editore
martedì 9 febbraio 2010
Casare Brandi su Pietrabbondante
Il senese Cesare Brandi, tra i più grandi critici d'arte italiani, scriveva così sul Corriere della Sera del 12 luglio 1977 su Pietrabbondante: "…il tempio sta in un prato, come i birillini sul feltro di un biliardo: e sembra piccolo, così dall'alto, raccolto e perfetto come una scacchiera. Ma poi si scende e si vede che non è piccolo: il corridoio anulare intorno al podio altissimo, il muro a pietre poligonali (…) e, nella cavea del teatro, sedendo nei magnifici sedili, il paesaggio che fa scena naturale, anche se naturalmente il teatro ebbe la sua scena (…)".
E ancora : "Pietrabbondante, con la sua aria leggera che sfugge dai polmoni, il fresco gentile che ritempra, la visione circolare immensa: e in questa cornice i podii dei templi, il teatro, come lasciati cadere dal cielo. È un luogo sacro anche oggi".
In questo luogo, scriveva invece Amedeo Maiuri (Passeggiate Campane, Firenze, 1959), sembra di essere in "una piccola e umile Delfi italica, senza ricchezze, senza tesori, senza offerte di templi e di bronzi, nel santuario di un popolo di guerrieri e di pastori".
venerdì 5 febbraio 2010
Pietrabbondante su Google Street View
Anche la zona di Pietrabbondante è stata mappata da Google Street View. Per chi volesse scorrere le foto basta andare su Google Maps e selezionare l’omino giallo di Google, posizionandolo sull’area evidenziata in blue. Una volta caricata la foto sarà come camminare lungo le strade del paese.
Visualizzazione ingrandita della mappa
Lo stemma del comune
Lo stemma del comune, antichissimo, consiste in uno scudo appuntato, detto sannitico, interzato in fascia. Nella parte superiore, azzurra, sono poste nel campo le tre Morge ai cui piedi sorge Pietrabbondante, ciascuna sormontata da una spiga di grano. Nella parte centrale, bianca, figurano le lettere B N T E. La parte inferiore, grigia, porta nel campo una superficie di acque leggermente increspata. La sua lettura costituisce, perciò, una specie di rebus che risolto dà appunto il nome di Pietrabbondante. Gli ornamenti esteriori sono quelli generalmente usati per il comune: un ramo di alloro, un ramo di quercia e il tutto sormontato da una corona. Il suo significato è chiaro: indica che la fatica instancabile dei suoi laboriosi cittadini, fortemente dediti al lavoro, riesce a strappare da una terra avara, erta e sassosa, raccolti così abbondanti e vari (si produce…o si produceva un pò di tutto) che sanno quasi del miracoloso. Il significato araldico dello stemma (1) non è meno suggestivo: la spiga è un augurio di eterna abbondanza e di sicura ricompensa al lavoro perché premia annualmente le fatiche del contadino. Presso i popoli antichi era vaticinio di pace giacché non si poteva coltivare la terra in tempo di guerra; inoltre le spighe di grano adornavano le figure allegoriche della Pace. Pur avendo lo stemma origini antichissime non risultava ancora autorizzato, come per legge. Pertanto solo nel 1972 la Civica Amministrazione ha inoltrato istanza alla Presidenza della Repubblica per ottenere il prescritto riconoscimento anche per l’uso del Gonfalone.
(1) Di Crollalanza G.B. Enciclopedia araldico-cavalleresca. Prontuario nobiliare. Rocca S. Casciano, 1878.
Fonte: A. Di Iorio, Pietrabbondante dall'epoca longobarda ai nostri giorni, 1975.
L'interpretazione di Franco Valente: http://www.francovalente.it/?p=53











