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martedì 9 novembre 2010

Italia Antiqua: il Molise



Anche se alcuni storici tendono a definire il Molise “un’appendice abruzzese”, la regione presenta una forte identità culturale autonoma, poiché, mente l’Abruzzo è abitato da una manciata di popoli, di ceppo italico ma con caratteristiche differenti, la piccola regione adriatica ha un forte sostrato culturale sannita che la rende culturalmente più uniforme.

Le recenti scoperte archeologiche ci indicano che il Molise detiene un primato nella più antica storia d’Italia. L’uomo d’Isernia è stato considerato il “ritrovamento paleoantropologico più importante d'Europa”.

La sua storia è anche quella dei Sanniti insediatisi sempre nel bacino d’Isernia  attorno al VII sec. a.C., fieri oppositori di Roma nelle guerre Sannitiche i cui centri principali politici e religiosi sorgevano sulle alture di questo territorio, si distinsero anche nella Guerra Sociale come fieri rappresentanti della stirpe italica.

Le città, impoverite dalle guerre ebbero grandi difficoltà nel periodo repubblicano, quasi fossero state punite dalla rivolta sociale, riuscirono a risorgere durante l’età imperiale quando alla già colonia di Isernia, dal 262 a.C., verranno “promosse” anche Venafro e Boxano, colonie rispettivamente in epoca augustea e flavia. (Fonte: Instoria).





martedì 2 novembre 2010

I fatti dell’autunno 1860 in Molise narrati a più voci

Dal blog della biblioteca Michele Romano di Isernia un e-book che raccoglie documenti sui fatti del 1860 nella provincia di Isernia in seguito all'arrivo dei garibaldini e agli scontri con l'esercito borbonico e con i molisani.

I fatti dell’autunno 1860 in Molise narrati a più voci

mercoledì 27 ottobre 2010

mercoledì 7 luglio 2010

Pietrabbondante - Ricerche archeologiche 2009

Aspettando la nuova stagione di scavi, prevista per il mese di agosto, riportiamo la consueta relazione annuale del prof. La Regina circa le scoperte e nuove acquisizioni durante gli scavi del 2009. La relazione si può scaricare il pdf da questo link dell'INASA:

Le indagini archeologiche nell’area del santuario sannitico di Pietrabbondante, riprese quest’anno nel mese di giugno e tuttora in corso, sono condotte come negli anni precedenti dall’Istituto Nazionale di Archeologia e Storia dell’Arte per conto del Comune di Pietrabbondante, d’intesa con il Ministero per i Beni e le Attività Culturali, e con finanziamenti della Regione Molise. Responsabile del procedimento è l’Arch. Massimo Notaro, del Comune di Pietrabbondante. La direzione dei lavori è affidata all’Arch. Fioravante Vignone della Soprintendenza per i Beni Architettonici e alla Dr. Stefania Capini, della Soprintendenza per i Beni Archeologici. Le attività di ricerca sul campo sono guidate dal Dr. Luigi Scaroina con l’assistenza della Dr. Fabiana Carlomagno e della Dr. Rachel Van Dusen. I rilievi sono eseguiti dai Geometri Domenico Quaranta e Pasquale Iadisernia della Soprintendenza ai Beni Archeologici. Il restauro delle statuette bronzee rinvenute nel 2008 è stato eseguito dalla Dr. Ida Anna Rapinesi della Soprintendenza ai Beni Archeologici di Roma. Le indagini diagnostiche sugli stessi materiali si devono alla Dr. Daniela Ferro, dell’Istituto per lo Studio dei Materiali Nanostrutturati, CNR Roma. I lavori sono stati affidati all’impresa CPS Costruzioni di Venafro. Hanno partecipato alle indagini 5 operai e 116 laureati e studenti della Sapienza di Roma e di altre università.



I lavori del 2009 hanno avuto come obiettivo l’esplorazione degli ambienti ancora sepolti della grande casa rinvenuta nel 2002, la quale occupa buona parte di una terrazza che si estende per m. 108 su una superficie di oltre 3000 mq. a sud-ovest del teatro e del grande tempio. È stato così possibile individuare i caratteri architettonici dell’edificio e la successione delle fasi edilizie con le trasformazioni avvenute nel corso di cinque secoli. Sono ora note le principali vicende dell’edificio tra il II secolo avanti e il IV d. C. Alla prima fase è da attribuire la costruzione della grande domus ad atrio con impluvio, alae e tablinum, ampia metri 78 x 28, che si estendeva nella parte posteriore con un portico a due navate di metri 32,66 x 8,50. L’impluvio di questa fase edilizia non è stato trovato, ma ne è documentata la presenza dall’originario canale per il deflusso dell’acqua piovana. I pavimenti sono in cocciopesto, in alcuni casi con semplici decorazioni di mosaico bianco. 



Il tipo di edificio costituisce una novità: la casa ad atrio che in luogo del giardino chiuso da un peristilio ha un portico aperto verso l’esterno non ha confronti. L’ampia area libera da costruzioni su cui si affacciava il portico si estendeva fino alla strada che, più avanti, rasentava il teatro ed il Tempio A. Questa originale concezione trova ragione nella destinazione del portico che evidentemente doveva essere raggiungibile da uno spazio pubblico. La navata esterna era infatti accessibile attraverso un allineamento di nove colonne, e la navata interna lo era attraverso un colonnato più breve, di cinque colonne. Nello spazio aperto della navata interna erano collocati doni votivi, quali statue di divinità, su pilastri, basi di pietra e su due banconi in muratura; tra le altre cose vi erano una dedica in osco riferibile a Ops Consiva, e pietre di forma globulare sorrette da pilastrini, nelle quali è possibile riconoscere il simulacro di una divinità non antropomorfa. Le restanti parti della navata interna erano occupate da ambienti chiusi: un sacrarium con un altare, un deposito per doni preziosi, e cucine in funzione non solo della domus ma anche di banchetti pubblici da tenersi nella navata esterna del portico. Questi caratteri, e anche l’ubicazione stessa dell’edificio in diretta connessione con il tempio e il teatro, hanno consentito di riconoscere nell’edificio la domus publica del santuario. Gli scavi di quest’anno hanno tra l’altro condotto al ritrovamento, su una terrazza ampia metri 36 x 8 ubicata oltre il lato lungo della casa verso la montagna, di un quartiere di alloggi per schiavi con ambienti di metri 4 x 4; all’interno di queste celle vi sono tracce di focolari con resti di pasti e di vasellame. La domus è stata costruita nell’ultimo ventennio del II sec. a.C., nello stesso tempo in cui si edificava il teatro, e prima della costruzione del grande tempio, come viene dimostrato dal livello del passaggio che la metteva in comunicazione con l’area del teatro. L’edificio ha certamente mantenuto la destinazione di domus publica del santuario fino agli ultimi esiti della 
guerra sociale nel Sannio (82 a.C.). 

Dopo circa mezzo secolo di abbandono la grande domus di Pietrabbondante venne nuovamente occupata come residenza privata nell’ambito di un fundus. La proprietà è riconducibile a Gaio Socellio Celere, il quale aveva fatto costruire non lontano dal santuario, lungo la strada di accesso, un grande monumento funerario di cui restano elementi smembrati. A questa fase che ebbe lunga durata, certamente fino a tutto il II sec. d.C., e che fu caratterizzata da attività produttive agricole, si devono alcune radicali trasformazioni dell’edificio, avvenute a più riprese nel corso del tempo: il rifacimento dei pavimenti rovinati, la sostituzione dell’impluvio della fase sannitica con un impluvio in pietra, la trasformazione di alcuni locali della parte posteriore in zona termale con una cisterna, ambienti riscaldati, vasche, e tubi di piombo. Non furono nuovamente occupate alcune parti dell’edificio: il quartiere degli schiavi, sulla terrazza retrostante la casa, non fu più usato e venne evidentemente trasferito altrove, in posizione non ancora identificata. Il grande portico a due navate, già impiegato per la collocazione di doni votivi, era già crollato quando la casa fu occupata dai Socelli, e non fu mai ricostruito, né le macerie furono rimosse. Una successiva fase edilizia, tra la fine del II e la seconda metà del III sec. d.C. è caratterizzata dall’impiego di materiali di spoglio dei monumenti sannitici. Il prospetto dell’edificio verso il teatro fu trasformato con l’aggiunta di un portico parzialmente aperto sul piazzale antistante tramite un colonnato. Nell’edificazione dell’avancorpo furono usati elementi lapidei prelevati nelle aree porticate ai lati del tempio maggiore (Tempio B). In questo periodo attività produttive documentate da fornaci per la cottura di materiali fittili e ceramici, per quanto contenute, assumono prevalenza rispetto a quelle agricole, probabilmente in conseguenza dello spopolamento dei territori montani. 

L’ultima fase di vita della domus riguarda il periodo compreso tra gli ultimi decenni del III sec. e la metà del IV d.C. Le attività produttive sono sostituite da un’economia di spoglio basata sull’estrazione dei metalli dalle 
strutture monumentali del passato (piombo delle coperture, ferro, bronzo) e sulla raccolta di materiali metallici negli strati di distruzione. Fosse di spoglio sono state individuate nell’area porticata retrostante la domus, ove i crolli avevano sepolto doni votivi di metallo, tutti asportati. Forni per la fusione di metalli sono stati trovati nell’area antistante la domus, in precedenza occupata dalle fornaci per la produzione di materiali fittili. 
Saggi eseguiti per definire la datazione degli edifici che si trovano nell’area compresa tra il Tempio A e il Teatro hanno consentito di confermare la presenza di una fase sannitica, documentata soprattutto da ceramica a vernice nera (in corso di studio). Di questo livello di occupazione restano il podio di un edificio e poco altro, perché lo strato più antico è stato in gran parte asportato per la costruzione di case con antistanti taberne, 
probabilmente nello stesso periodo per il quale si sono accertate attività produttive nell’area della domus (fine II - seconda metà III sec. d.C.). Le case poste in questa zona, lungo la strada che rasentava l’antico edificio 
scenico modificato per nuovi usi e i resti del Tempio A ormai decaduto, dovevano essere abitate dalle maestranze addette alla produzione ed alla vendita degli oggetti. Per gli edifici costruiti in questo periodo sono stati usati materiali di spoglio del Tempio A e del Tempio B. L’occupazione di quest’area si è protratta in forme sempre più povere, come nella domus, fino alla prima metà del IV sec. d.C. Ricognizioni eseguite per individuare l’ubicazione originaria del mausoleo dei Socelli hanno consentito di ritrovare altri elementi lapidei appartenenti al sepolcro. Sono previsti pertanto ulteriori saggi di scavo per metterne in luce il basamento, anche al fine di ricomporvi le parti restanti. 



Il restauro di due piccoli bronzi rinvenuti nel 2008 rappresentanti Minerva e un Lare, e lo studio diagnostico eseguito in tale occasione, hanno consentito di riconoscerne non solo il loro grande pregio artistico e la raffinata esecuzione, ma anche gli aspetti tecnici e la morfologia della materia: la composizione della lega metallica ha dimostrato che si tratta di oggetti di epoca ellenistica, probabilmente del II secolo a.C.

ADRIANO LA REGINA - LUIGI SCAROINA -
FABIANA CARLOMAGNO - RACHEL VAN DUSEN
© Istituto Nazionale di Archeologia e Storia dell’Arte – 2009

martedì 6 luglio 2010

Il culto dei Sanniti da Archeomolise N.5



Interessante articolo uscito sul nuovo numero di Archeomolise. Alessandro Testa, dell'Università degli studi di Messina, tratta il culto dei Sanniti alla luce della comparazione indio-europea (pp. 34-51), basandosi anche sulle scoperte di Pietrabbondante degli ultimi otto anni che gettano nuova luce sugli aspetti politici e religiosi dei Sanniti. Come sempre rendiamo fruibile e scaricabile l'intero trimestrale (tutti i numeri si possono trovare sul sito del cerp-Isernia) e ringraziamo l'autore per aver citato il nostro Blog, dal quale ha tratto l'immagine di copertina. Un piccolo ma significativo risultato.

archeomolise N.5

lunedì 7 giugno 2010

Dove è finita la statua del Guerriero Sannita?

Dal link il video originale dell'inaugurazione della statua del guerriero sannita a Campobasso nel maggio del 1931, statua sostituita dopo qualche anno dall'attuale obelisco ai caduti e misteriosamente scomparsa.
 

giovedì 13 maggio 2010

Mommsen in Molise



Nel 1844 Cristian Matthias Theodor Mommsen compie il primo viaggio in Italia: frutto di questo viaggio sarà il diario Viaggio in Italia (1844-1845), molto difficile da decifrare, inframmezzato com’è anche da «banali» poesie. In questo leggiamo di una veloce traversata attraverso le terre del Molise. Scrive in maniera laconica, quasi schizzi veloci, appunti e non descrizioni «Il 31 (è il 31 luglio del 1845) studiato le iscrizioni di Chieti: a mezzogiorno dall’arcivescovo. Di sera alla volta di Popoli, poi con il corriere, passando per Sulmona (mezzanotte), Castel di Sangro (mattino), Isernia (deserta, grigia zona collinare), Venafro (fra magnifici uliveti, da qui poi la regione diventa più amena), Capua – posta senza attrattive in pianura – a Napoli». Ogni commento è superfluo. Theodor Mommsen doveva tornare in Molise. Fu infatti a Pescolanciano, ospite del Duca Giovanni Maria d’Alessandro(personaggio di antica Casata napoletana del Sedil di Porto, gentiluomo illuminato – a lui si devono gli scavi archeologici di Pietrabbondante – fedele alla causa borbonica, organizzatore della Vandea molisana (corrono gli eventi del 1860); sconfitto, fermo nelle proprie idealità segue in esilio il suo re,Francesco II. Di tale permanenza nel maniero di Pescolanciano parla una lettera che l’illustre archeologo scrisse a Lipsia il 20 dicembre 1849: l’inedito, qui di seguito riportato, è pubblicato per gentile concessione di Ettore d’Alessandro, discendente di quella illustre Famiglia. «Ecc.mo Sig. Duca, mi sento obbligato ad Ella per la gradita ospitalità nel suo maniero in Peschiolangiano, che ancora oggi mi porta a rinnovare i dovuti ringraziamenti. Il ricordo di quel Monte che all’alba davami risveglio e al tramonto accompagnava il lento torpore è sempre vivo, rendendo men tristi i giorni cattivi e più lieti i buoni… Ella mi accompagnò in quelle terre, patria della civiltà dei Sanniti, bagnate dalle chiare acque del fiume Trigno perché potessi approfondire le mie proposizioni riguardo Bovianum Vetus presso Agnone …. Amerei, assai, Sig. Duca, sapere se dette inizio al lavoro di scavo intorno alla sannitica torre di santa Maria Vignali, che ebbi occasione di ammirare nelle prime nostre escursioni. Non ne ho veduto nulla di simile nella zona, come è di sicuro interesse quel passaggio nella roccia che porta alle segrete del suo castelllo… Ho ammirato la collezione di maioliche del suo antenato, che rappresentano tanto lustro e la continuità storica di un popolo ricco di ingegno e maestria ed amerei ricevere omaggio di questa manifattura per mostrarla al mondo accademico di Berlino…Comunque Ella con i suoi gentili modi e raffinatezze culturali, tipico del suo rango e della illustre sua Famiglia ben nota nel Regno e al Re di Sassonia, ha reso la mia visita in quei luoghi come una epigrafe indelebile nel mio cuore… o contemplato quel verde paesaggio sannitico non conoscono parole di gratitudine e di cordiale affetto per Ella e per la sua terra… Attendo sua risposta e mi rassegno con consueta amicizia e stima». 

Ancora oggi il viaggiatore che l’estate giunge a Pescolanciano e visita il castello respira un’atmosfera irreale e suggestiva che soltanto le antiche cose sanno evocare. In quel luogo il tempo sembra aver sospeso il corso: mobili in preda ai tarli, mura e nicchie che trasudano segreti, piccole interessanti suppellettili che recitano una vita che non è più, arazzi e bandiere di antiche virtù simboli, incunaboli e pergamene, lettere gelosamente custodite, stanze che danno in altre stanze e urlano gli eventi della storia o raccontano del lavoro febbrile degli artisti intenti a plasmare la creta e poi scalinate di pietra, unacorte dal pavimento sconnesso in cui a tratti affiora l’e rba, un ponte sospeso sull’abisso che catene in quiete non sollevano più, le reliquie di Sant’Alessandro contenute nella mistica piccola cappella, gli arredi sacri e preziosi come il sangue versato del Santo, la tela La Decollazione del Martire, dipinta da un allievo di Francesco Solimena, ebbene tutto questo finisce con l’ irretire la carne, col farne sua preda: la malia penetra nell’acciottolato dei tendini, dei muscoli e del sistema nervoso del visitatore e se ne impossessa tutto, fino a devastarlo; soltanto l’occhio sembra sfuggire alla suggestione che promana da quel luogo, per perdersi dall’alto del maniero nell’ infinito incanto del verde.

Tratto da Viaggiatori in Molise, a cura di Massimo Bignardi, Electa Napoli

mercoledì 12 maggio 2010

Il primo sovrintendente agli scavi di Pietrabbondante


Giovanni Maria d’Alessandro, XIII Bar. e VIII Duca di Pescolanciano, Balì Cav. Gr. Cr. S.M.O. Costantiniano di S. Giorgio(1860), Gentiluomo di camera con eserc.(1858), * Napoli(S.Marco Palazzo) 19 mag 1824, + Napoli 8 gen 1910, 
Fu capo plotone della Guardia Cittadina(1847) posta sotto il comando di S.A.R. Leopoldo di Borbone,Consigliere Prov. per Campobasso(1851), capo plotone della R.Guardia d’Onore della prov. di Molise(1854) poi Capo Squadrone (1855), Presidente del Cons. per il distretto d’Isernia che gli fruttò l’onorificenza delle “Chiavid’Oro”(1858). Sovrintendente Regio agli scavi archeologici di Pietrabbondante(1857).Partecipò ai moti legittimisti in Molise, contro l’esercito piemontese e seguì re Francesco II di Borbone in esilio a Roma, dove rimase fino al 1865, epoca in cui tornò a Napoli.= 22 apr 1850 Anna Maria Ruggiero di Albano,* Napoli 11 feb 1829 + Pescolanciano 27 mag 1891, figlia di Cosimo e Provvidenza Loverso.

Informazioni sulla famiglia d'Alessandro dal sito: http://www.genmarenostrum.com/pagine-lettere/letterad/d'alessandro.htm



D'ALESSANDRO

Duchi di Pescolanciano

Le origini più remote della famiglia vengono tradizionalmente rinvenute in alcune tribù elleniche, che si stanziarono in Magna Grecia, identificate dal nome proprio di Alexander(composto dai termini “alexein” ed “ander”o “andròs”, letteralmente “difensore degli uomini”). Il ramo ducale di Pescolanciano, deriva direttamente da quello principale dei d’Alessandro patrizi Napoletani, che furono ascritti ai seggi di Montagna(1464, con Severo) e successivamente di Porto(1492). Fin dalle origini furono sempre vicini alla casa reale angioina: Angelo, fu consigliere del re Carlo I d’Angiò, e venne promosso Luogotenente del Regno (1282-85) per la sentita fedeltà alla corona; Paolo di Giovanni III fu scelto come segretario personale della regina Giovanna II, che lo promosse al rango di familiare di costei e lo nominò Direttore del gran Sigillo; suo fratello Sansonetto fu pure familiare della medesima regina ed ebbe l’incarico di governatore di Montefusco e suoi casali avellinesi(1415), nonché di Lucera e Foggia(1423). Egli, inoltre, fu il capostipite del ramo dei d’Alessandro Duchi della Castellina, titolo che fu conferito da Filippo IV di Spagna a Giovanni Battista nel 1639(fu tra i nobili fondatori dell’opera caritatevole del pio Monte della Misericordia in Napoli – 1601 - di cui fu governatore – 1609; dal sedile di Porto fu nominato deputato autorizzato a trattare con il Viceré de Las Torres, Duca di Medina per l’abolizione di alcuni gravosi dazi), titolo che la famiglia conservò fino al XVIII sec., epoca in cui morì il prelato Luigi, vescovo di Foggia, e la di lui sorella Francesca sposò Giovanni Battista Zunica, famiglia che ne ereditò il predicato.

Al ramo principale partenopeo, appartennero: Giovanni, Barone di San Giorgio(fine sec. XIII); Francesco(figlio del precedente) e Gualterio(fratello del predetto Giovanni) che risultarono tra i baroni del Regno di Carlo II d’Angiò, che ne ordinò la rivista in S. Germano (1291); Antonio di Francesco, fu erario della città di Napoli(1311); suo fratello Alessandro fu maestro di Teologia e scelse di indossare gli abiti religiosi diventando Generale dei frati Minori(1310); Giovanni, Abate del convento di San Giovanni a Carbonara in Napoli; Giovanni II, come il padre Antonio, fu erario di Napoli(1338), carica che fu affidata anche a suo figlio Antonio II(1343) dalla regina Giovanna I; Giovanni III di Antonio, Barone di Casanova, fu gran Camerario di Calabria(1415) e successivamente Maresciallo del Regno e giustiziere degli Scolari.

L’attuale ramo dei Duchi di Pescolanciano, discende da Giovanni Francesco che sposò Rita Baldassarre di Roccaraso. Egli riscattò la confisca dei feudi che era stata recentemente subita dalla famiglia(suo padre, Lorenzo, che sposò Cecilia de Angelis, della famiglia imperiale greca, unitamente al fratello Baldassarre si era schierato nella rivolta baronale filo-francese, contro la dinastia austro-iberica, e non usufruendo dell’indulto del 1530, restò coinvolto nei processi sommari voluti dall’imperatore Carlo V, con conseguente esproprio dei beni fondiari e rendite) con l’acquisto della baronia di Santa Maria dei Vignali e di Pescolanciano(1576). Tra gli appartenenti al ramo ducale di Pescolanciano si ricordano: il terzo Barone Gio.Gerolamo(+1642), coniugato a Isabella Sommai, che ottenne le baronie di Carovilli e Castiglione(1619) nonché di Civitanova del Sannio e Sprondasino (1627); il Cav. Giovanni(1574 - 1654), noto per la scuderia di cavalli “saltatori” in Pescolanciano; Agapito(1595 - 1655), marito di Beatrice Ferri, che acquistò il feudo di Civitavetere(1629); Fabio(1626 - 1676), ottenne la concessione del titolo ducale sul feudo di Pescolanciano(1654); Gio. Giuseppe (1656 - 1715), noto per la sua attività letteraria, fu riconosciuto poeta barocco dall’Accademia degli Oziosi; Ettore(1694 - 1741) ereditò dalla madre, Anna Maria Baldassarra Marchesani, i feudi di Castel del Giudice e Roccacinquemiglia; Pasquale Maria(1756 - 1816), acquisì il feudo di Pietrabbondante(1789) e fondò la nota fabbrica di ceramiche e porcellane presso il castello di Pescolanciano(1783-1795); Pasquale, gradito da re Ferdinando IV di Borbone per le sue capacità artistiche, fu nominato Sovrint. delle fortificazioni e direttore di ponti e strade in Napoli(fine XVIII sec.), nonché socio della Soc. Economica della Prov. di Molise(1810); Giovanni Maria(1824 - 1910) si occupò degli scavi archeologici di Pietrabbondante(in qualità di Sovrintendente Regio,1857) con sommo plauso dell’amico archeologo tedesco Theodor Mommsen. Fu capo plotone della Guardia Cittadina(sotto il comando di S.A.R. Leopoldo di Borbone,1847), consigliere Prov. Campobasso(1851); capo plotone Guardia d’Onore Prov.Molise(1855), presid.Consigl.distretto d’Isernia, ottenendo l’onoreficienza delle “Chiavi d’Oro”(1858), per il suo coinvolgimento nei moti legittimisti in Molise, contro l’esercito piemontese, il re Francesco II di Borbone lo fregiò della “Gran Croce” S.R.M. Ordine Costantiniano(1860), seguendolo nell’esilio in Roma, ove risiedette fino al 1865, ritornando poi a Napoli. 

Altri importanti rami della famiglia ebbero come capostipiti, alcuni discendenti del già citato Angelo d’Alessandro(del ramo principale napoletano), consigliere del Re Carlo: Ludovico, Arcivescovo di Sorrento(1266), fu il principale referente del nucleo familiare che prese dimora nella suddetta città, nella quale godette della nobiltà di seggio in Dominoro(giudice Saverio ab Alexandro, 1304). Da questo ramo sorrentino, estinto nel XVIII sec., derivarono i d’Alessandro baroni di Albanella(Francesco Jr, sec.XV). Altro figlio di Angelo, fu Carlo, giustiziere di Calabria, provincia nella quale si sviluppò un ramo calabrese i cui membri beneficiarono della nobiltà nelle città di Melfi, Rossano, Mormanno e Montalto Uffugo(dove Gaetano d’Alessandro, nel 1793, ottenne il riconoscimento di nobiltà con diritto di sedile). Altro ramo fiorì in Puglia, dove, approdò il miles Christi Guido de Alexandro, di ritorno dalle crociate(1189-1192), già Barone di Roccagloriosa in Principato Citeriore(ricordato nel Catalogo Borrelliano) e precettore della domus di Lama per mandato del capitolo della provincia di Puglia-Terra di Lavoro dell’Ordine del Tempio. Altro esponente di questo ramo fu Lando de Alexandro, componente della comunità templare della chiesa di S.Paterniano di Ceprano(1269). Questo ramo si diramò poi in Ascoli Satriano (sec.XVI, godente di nobiltà cittadina), Barletta e Foggia. Tra i maggiori esponenti si ricordano: Gio. Pietro d’Alessandro, dottore in legge, autore di varie opere letterarie, tra cui la “Dimostrazione de’ luoghi tolti et imitati di più autori di Torquato Tasso nella Gerusalemme Liberata”(1604); Pietro Antonio d’Alessandro, Vescovo di San Marco in Calabria(1688); Pietro d’Alessandro, di Trani, viceconsole del Regno Due Sicilie per la Francia (1803-25) e già cavaliere di grazia dell’Ord.Costantiniano S.Giorgio(1802-27). Il ramo principale napoletano dette origine anche ai seguenti: quello dei Baroni di Cardito(estinto nel XVIII sec.), feudo che fu conferito da re Ferrante d’Aragona a Jacobuccio I, gran falconiero reale e commensale di corte, ed il ramo di Marigliano che ebbe come capostipiti Nicola e Gabriele de Alessandro (1487).


ARMA dei DUCHI di PESCOLANCIANO: D’oro al leone rampante di rosso con la banda di nero caricata di tre stelle a cinque(sei) raggi di oro attraversante, con gli ornamenti ducali di corona e mantella e svolazzi d’oro, rosso e nero. MOTTO:Te sine quid moliar.

Il monumento ai caduti e il "guerriero" di Guastalla



La statua raffigura l'antico milite sannita così come lo avevano voluto gli ideatori per rappresentare al meglio il sacrificio dei caduti pietrabbondantesi nella prima guerra mondiale, quella del 1915-11918.


La storia di questo sannita è legata fortemente al sentimento di patria che avevano i nostri antenati. soprattutto gli emigranti legati più che mai alla loro terra. infatti il 26 luglio 191 9 sorse proprio in America un comitato, presieduto da Di Tullio Alessandro, che raccoglieva fondi per ricordare dignitosamente i nostri morti. 
Successivamente, nel febbraio 1920 la Giunta Comunale di Pietrabbondante procedette alla nomina di un comitato locale che si occupasse di questa iniziativa. 
Ne facevano parte l'allora Parroco Vassolo Don Michele. l'Avv. Di Tullio Giovanni. il Cav. Carosella Gennaro. il Sig. Di Iorio Alessandro. il Sig. Nerone Vittorio Vincenzo ed il Dott. Di Salvo Manlio. 
Appena raggiunta la somma di lire 30.000 (trentamila) si decise di contattare l'artista che avrebbe dovuto realizzare il lavoro. 
Fu chiamato lo Scultore Comm. Giuseppe GUASTALLA, Professore del Regio Istituto Superiore di Belle Arti di Roma che,. dopo aver visitato il Paese, indicati come luogo ideale per la collocazione del Monumento il pianale situato in Aia di piano (l'attuale Piazza Vittorio Veneto). E' il 1 aprile 1921 e nell'accordo fu deciso che la somma da corrispondere, fino alla consegna dell'opera, fosse di lire 40.000 (quarantamila) che poi per le modifiche. richieste dal comitato al progetto iniziale salì a lire 48.000 (quarantottomila). 
Ad incrementare il fondo pro-monumento, oltre alle offerte che continuavano a giungere dalle Americhe, contribuirono anche alcune simpatiche iniziative. Come quella degli studenti di Pietrabbondante che nel luglio 1921 costituirono una Compagnia Teatrale che recitò per tutte le vacanze consegnando il ricavato ai comitato. 
Ne facevano parte: Caranci Bice Edelina. Carosella Clotilde, Ines e Maria, Diana Grazietta, Di Iorio Elisa, Di Iorio Maurina, Di Salvo Maria, Bianca e Delia, Mastronardi Ester,, Nerone Laurina,1 Nerone Maria,, Carosella Rinaldo, Carosella Ruggiero, De Geronimo Nino, Di Iorio Crispino, D'Onofrio Clemente e Rodolfo, Fabrizio Nino e Mario, Nerone Giovannino, Nerone Giuseppe e Dante, Santangelo Raffaele e Vincenzino, Vassolo Antonino. 
Tutto il bronzo occorrente per la struttura, quasi 8 quintali, fu concesso dal Ministero della Guerra, per interessamento dell'Onorevole Pietravalle, in parte gratuitamente ed in parte a prezzo di favore. 
L'altezza totale del Monumento è di mt. 7,00 di cui mt. 4,00 del basamento e mt. 3,00 del fante. 
Sui lati del basamento furono scritti. con lettere fuse nel bronzo. i nomi dei 23 caduti:

Bartolomeo Cavino
Cirulli Giuseppe
Di Carlo Vincenzo Ruggiero
Di Iorio Arturo
Di Iorio Vincenzo
D'Onofrio Romolo
Di Pasquo Antonio
Di Pinto Antonio
Di Pinto Giovanni
Di Salvo Arcangelo
Iacovone Giovanni
Iacovone Sabatino
Nerone Fiore
Peluso Vincenzo
Pesa Domenico
Santangelo Federico
Tesone Romolo
Vassolo Arnaldo
Vitagliano Nicola
Vitullo Sestino
Zarlenga Gennaro
Zarlenga Giovanni
Zarlenga Guido

sulla faccia anteriore del basamento venne scritta l'epigrafe, dettata dal Prof. Francesco D'Ovidio:
"Da queste balze di Boviano l’antico scendeva il guerriero impavido alla difesa del Sannio, da queste discesero con egual virtù i figli di Pietrabbondante a morire per l’Italia".
Il Monumento venne inaugurato il 2 ottobre 1922 con l'orazione commemorativa del Prof. Grande ufficiale Vittorio Spinazzola -Sopraintendente degli Scavi e dei Musei di Napoli –
Durante la Cerimonia vennero distribuite le decorazioni alle famiglie dei caduti.


Da qualche anno sono stati scritti, a cura dell'Amministrazione Comunale, anche i nomi dei caduti della 2^ guerra mondiale

Antenucci Antonio
Celli Amalio
Di Carlo Giuseppe
Di Iorio Alfredo
Di Salvo Giulio
Di Tata Alberino
Di Tata Giovannino
Di Tullio Renato
Gasparro Gioacchini
Labate Alfredo
Mancini Nello
Marchesani Gino
Martella Domenico
Pilla Vincenzo
Ricci Giuseppe
Ricci Vincenzo
Santangelo Pasqualino
Santini Davide
Tesone Antonio
Vitullo Claudino
Vitullo Michele
Zarlenga Enrico



I resti di quest’ultimo, caduto nel fronte russo, sono stati riportati a Pietrabbondante da qualche anno, accolti dalla cittadinanza con grande commozione .
 Vitagliano Mariclara

Fonte: http://www.pietrabbondante.com/Monumento.aspx


La foto del Guastalla


Copia del guerriero sannita a Montreal




Il presidente Iorio inaugura a Montreal la statua (articolo)


martedì 11 maggio 2010

Curiosità del passato - Le unità di misura di una volta



Le unità di misura di una volta; l'immagine è tratta dall'interessante sito di Antonino Zarlenga, ricco di curiosità, detti, proverbi e immagini. (es.LA GIORNATA DEL MIETITORE “La j’ernata d r ‘ m’t’tor. Questa giornata era lunga e pesante per cui spesso il ritmo veniva interrotto…. Erano previsti: la “v’vtella” zuppa con pane e vino; la “qulazione”. Le donne portavano nei canestri di vimini, una grossa pagnotta di pane scavata e imbottita con salsiccia, frittata, peperoni e pancetta fritta; “r’ r’nfresch” , verso le 3 o le 4 del pomeriggio, con vino, taralli e paste fatte con l'amoniaca).

Castro Preta Abundanti


Riporto l'interessante segnalazione di Oreste Gentile "Mi permetto di inviarvi una citazione della vostra antica località nella biografia conosciuta come la VITA Cdi papa Celestino V, scritta da due dei discepoli più cari in ricordo di un miracolo descritto in occasione della sua canonizzazione dal testimone n. 55: Item quaedam mulier de Castro Preta Abundanti, nomine Palma, longo tempore a demonio vexata, cum magna hominum comitiva adducta fuit ad cellam fratris P. Qui audiens, pro ea oravit ad Deum. Quae per misericordiam Dei et virtutem orationis sancti patris liberata fuit et in pace rediit ad propria. Evidenzio che le uniche località del Molise che possono vantare una citazione nelle più antiche biografie di papa Celestino V sono, oltre al vostro centro: Sant'Angelo Limosano suo paese natale, il monastero di Santa Maria in Faifolis presso Montagano, Limosano, il monastero di san Vincenzo al Volturno e Venafro.
Cordiali saluti ed auguri".

giovedì 29 aprile 2010

L'Italia prima dei Romani


Dal numero di gennaio del 2005 del National Geografic Magazine segnalo questo servizio sull'Italia prima dei romani. Si parla naturalmente anche dei sanniti e della zona archeologica di Pietrabbondante. Cliccando sull'immagine in basso è possibile scaricare anche una mappa con le antiche popolazioni italiche e i maggiori centri.


Celestino V

In occasione dell'arrivo a Isernia delle spoglie di Celestino V segnalo questo interessante blog sull'argomento, con tanti post sul santo e sulla sua eventuale origine: http://molise2000.wordpress.com/.
In questo articolo si cita anche Pietrabbondante, presente tra le biografie più antiche del santo:








Le biografie più antiche così hanno descritto gli indizi.
(A) Terra/ae Laboris et Comitatus Molisii. 
   1. Opus Metricum (1296-1314): 
 patria huic quonda vel parte Laboris Terrae.
Perché non si creino dubbi, è bene evidenziare che molto spesso anche i Registri della Cancelleria Angioina, descrivendo una località pertinente al territorio del  Comitatus Molisii, facessero riferimento solo al distretto amministrativo/provincia denominatoTerra Laboris, senza citare il Comitatus Molisii; questo non significa che la località non fosse sita nel territorio di quest’ultimo.
   Alcuni esempi: (I)  Mandat ut terre Petre Abundantis etTriventi, de Justitiariatu Terre Laboris, R. Curie devolvantur.(II) Iustitiario Terre Laboris mandatum de reparatione castri Boyani. (III) castrum Longani et medietatem castri Clarici de Iustitiariatu Terre Laboris.  
Il Comitatus Molisii non fu citato, ma è inconfutabile che le località Petre Habundantis et Triventi, castri Boyani, castrum Longani e castri Clarici, che oggi corrispondono aPietrabbondante, Trivento, Bojano, Longano e Chiauci  vadano localizzate ed identificate nel suo territorio: non possono  essere considerate in Terre Laboris, la cui citazione indicava solo lo Justitiariatu/o-distretto amministrativo/provincia.

mercoledì 14 aprile 2010

Le primavere sacre dei Sanniti - Il ver sacrum



da Franco Valente, Castelli, rocche e cinte fortificate del Molise

Quando la dorsale appenninica della parte centrale della Penisola era utilizzata esclusivamente per attività pastorali ed era occupata sostanzialmente dalle popolazioni umbro-sabelliche, nell’ambito delle attribuzioni dei pascoli scoppiò una lite tra varie tribù che finì con una supremazia, apparentemente definitiva, di quella parte di popolazione che si definiva sabina. Ma dopo l’affermazione sabina si verificarono calamità di ogni genere la cui origine fu attribuita ad una vendetta divina. I Sabini allora si rivolsero ad un oracolo nei pressi di una località ricca di acque solfuree, probabilmente l’attuale Paterno tra Città Ducale e Antrodoco (L. PARETI, Storia di Roma e del mondo romano, I, Torino 1952-1961, p.106).

In quella zona una volta vi era stato un grande lago determinato dall’allargarsi del letto del Velino, in mezzo al quale esisteva un’isola galleggiante che era stata indicata anticamente dall’oracolo ai profughi provenienti da Dodona, in Grecia, come il luogo dove fondare la nuova città di Cutilia.
Qualche tempo dopo i Sabini, che avevano sostituito gli originari abitanti del luogo, fecero dell’isola un centro religioso dal cui oracolo seppero che le cause delle calamità erano da ritrovarsi nell’ira di Ares (Marte) (STRABONE, Geographica, V, 4,12). L’oracolo aveva comunque indicato la possibilità di placarlo consacrando tutti i maschi che fossero nati nella nuova stagione. Poiché consacrare voleva dire sacrificare in onore del dio, i Sabini si preoccuparono di conoscere bene il responso dell’oracolo interrogandolo di nuovo. Questi precisò che potevano essere scannati gli agnelli, i capretti ed i vitelli, purché i nati in quella primavera, una volta giunti all’età adulta, si fossero allontanati dalla tribù e, seguendo i segni che il dio gli avrebbe inviato, avessero fondato una nuova colonia in terra straniera (SESTO POMPEO FESTO, De verborum significatione (519, Lindsay 1913): “Ver sacrum”. Il luogo dove fermarsi sarebbe stato indicato dal bue sacro che li avrebbe guidati.
Quando venne il tempo, i giovani, guidati da Comio Castronio, seguirono il bue il quale si diresse nella terra degli Opici e giunto presso un colle si sdraiò e si addormentò. Il colle prese il nome di Sannio e divenne il centro attorno al quale si sviluppò il ceppo sannitico.
La leggenda delle primavere sacre (ver sacrum) è degna di essere considerata per tutta una serie di implicazioni che sicuramente hanno importanza per conoscere non tanto cosa fosse all’origine dell’insediamento dei Sanniti nell’area da loro effettivamente occupata, quanto soprattutto per cercare di capire anche quale potesse essere il territorio, se non addirittura il colle, verso il quale si diressero. Sull’argomento si veda in particolare: J. HEURGON, Trois études sur le “ver sacrum” (coll. Latomus, XXVI), Bruxelles 1957. E. T. SALMON, Samnium and the Samnites, Cambridge1967, pp. 35s.
Strabone indica precisamente, e questo evidentemente gli era noto da una consolidata tradizione alla quale attingeva, che la regione era quella degli Opici.
Sulla individuazione geografica della terra degli Opici si è molto dibattuto e tutte le diversificate ipotesi fanno sempre riferimento ad un’area, più o meno vasta, che corrisponde alla zona montuosa della regione molisana, alla parte orientale di quella laziale e alla parte settentrionale di quella campana. Un territorio che comprende, comunque si voglia estendere, sempre il bacino idrografico del Volturno.

Si consideri che i termini Opici ed Osci si riferiscono allo stesso popolo, essendosi la voce originaria contratta ed adattata nel tempo con il passaggio Opici-Opci-Obsci-Osci, anche se più precisamente si potrebbe sostenere che negli Opici sono da individuarsi coloro che appartenevano al ceppo più ristretto dei primi abitatori di questo territorio prima della discesa di coloro che si chiamarono Sanniti, mentre per Osci debbano intendersi tutti coloro che parlavano comunque la lingua degli Opici.
Acutamente A. Sogliano fece derivare l’appellativo di Opici dal termine comune alla lingua romana di “opus”, attribuendogli così il significato di “popolo che lavora i campi”, cioè “contadini” (A. SOGLIANO, in “Rend. Acc. Lincei” ser. 5, XXI, 1912, p.209), il cui territorio coincide proprio con quell’area che dall’antichità viene ancora chiamata Terra di Lavoro e che, aggiungiamo per le considerazioni che andremo a fare, coincide sostanzialmente con la valle del Volturno (Sull’origine del termine Oschi si vedano le varie ipotesi. Secondo Vetter (E. VETTER, in RE, XVIII, 1942, s.v. Osci, col. 1545) deriverebbe dal nome della città di Opi in Abruzzo. Verrecchia (G. VERRECCHIA, in “Samnium“, XXV, 1952, p.124) e Bruno (M. G. BRUNO, in “Rend. Ist. lomb.“, XCVI, 1962, p.430) sostengono che deriverebbe dalla divinità Ops, di cui sarebbero stati fedeli).
Per Devoto (G. DEVOTO, in Enciclopedia Italiana, s.v. Oschi) una vera e propria nazionalità osca si determinò per effetto della fusione dei Sanniti con gli Opici quando fu eliminata la potenza etrusca dall’area capuana intorno al V secolo a.C.. In realtà, aggiunge Devoto, non si può parlare di un vero e proprio stato, ma piuttosto di una confederazione di tre gruppi facenti capo alle circoscritte regioni di cui la prima sarebbe stata quella più propriamente campana dell’area di Capua, la seconda quella intorno a Nola ed Abella, la terza quella di Nocera.

Un territorio che complessivamente dovette avere problemi di sovrappopolazione già dal 413 a.C. quando i campani furono costretti ad esercitare la pratica dei mercenari addirittura a Siracusa mentre, sicuramente, notevoli preoccupazioni derivavano dalla pressione dei nuovi arrivati Sanniti che, trasformando progressivamente la loro attività pastorale ed estendendosi anche al territorio vallivo, mettevano in pericolo l’economia prevalentemente agricola, e perciò stanziale, di pianura.
Nulla si conosce sia per assegnare una data precisa alla trasmigrazione mitizzata nel racconto delle primavere sacre, sia per individuare l’ipotetico itinerario seguito dai coloni che si allontanavano dalle originarie terre dell’area umbra. Recentemente la rivisitazione archeologica dell’area dell’antico monastero longobardo di S. Vincenzo alle sorgenti del Volturno ha riaperto uno spiraglio per la localizzazione dell’antica Sannia di cui parlano Festo, Floro e, probabilmente in forma corrotta, anche Strabone e che è riportata nell’epitaffio che il figlio di Scipione Barbato fece scolpire sulla tomba del padre. (Sull’argomento esiste oggi una consistente bibliografia riportata in: F. VALENTE, S. Vincenzo al Volturno – Architettura ed arte, Roma 1995).


da wikipedia:

La Primavera Sacra (Ver Sacrum in latino) era una ricorrenza rituale di origine Umbra, praticata poi da diversi popoli dell'Italia antica.
Veniva celebrata in occasione di calamità o momenti difficili, e consisteva nell'offerta agli Dei dei primogeniti nati dal 1° marzo al 1° giugno (o nel caso dei Sabini quelli nati dal 1° marzo al 30 aprile) della seguente primavera.
Gli animali venivano effettivamente sacrificati, mentre i bambini, giunti all'età dell'adolescenza, venivano fatti migrare per formare una nuova comunità, godendo di una "protezione divina"; in questa maniera nasceva un nuovo popolo. La migrazione era guidata da un totem, o animale-guida, del quale si interpretavano i movimenti per trarne auspici e direzione del viaggio.
Con il voto della Primavera Sacra nacquero nell'Età del Ferro varie popolazioni italiche. Tra le più importanti ci sono i Sabini, originati direttamente dagli Umbri, che migrarono verso sud, restando sulla dorsale appenninica; i Piceni, che ebbero come totem il picchio verde, sacro al dio poi identificato dai Romani con Marte. Essi partirono dalla Sabina e, popolarono tutto il territorio compreso dal fiume Foglia al fiume Salino, giungendo quindi a dare unità etnica a tutte le attuali Marche. Per questo motivo lo stemma della regione Marche è il picchio verde. Con simile voto nacque, sempre dai Sabini, il popolo dei Sanniti, il cui totem fu il toro selvaggio. Dai Sanniti, poi, con una nuova primavera sacra, nacque il popolo dei Lucani, il cui totem fu il lupo. Come si vede questo rito fu reponsabile del popolamento dell'Italia dell'Età del Ferro e della divisione dell'Italia in regioni. Si può inoltre facilmente evincere che, a seguito dell'istituto del Ver Sacrum, gli Umbri sono da considerarsi la popolazione madre di quasi tutti i popoli pre-romani costituenti l'Italia mediana ad eccezione dei Latini, degli Etruschi e dei Galli Senoni.
I racconti mitologici legati alla pratica rituale e le modalità con le quali venivano effettuati i sacrifici sono diversi tra le varie popolazioni.

http://www.prolococolli.it/SANNITI/page2.html

http://www.sanniti.info/smpop.html




mercoledì 24 marzo 2010

Storia del sacro bue. L’animale che segna le origini

Teste di bue raffigurate in chiese molisane, nomi di paesi (Bojano, Torella, Toro), feste con carri trainati da buoi, leggende ma anche cognomi diffusi (Bove, Di Toro, Vacca).


I bovini sono animali che hanno espresso significati simbolici nella cultura e nella religione di molti popoli. Un bue, secondo la tradizione cristiana, è presente nella stalla di Betlemme; il toro è uno dei soggetti più frequenti tra i graffiti magico-rituali dell’età della pietra, ritrovati nelle grotte pirenaiche; episodi biblici ci parlano di vacche magre e vacche grasse; il Minotauro è figura mitologica tra le più note.
Anche nella religione sannita si riscontra un’importante presenza del bue, animale che avrebbe segnato l’origine stessa del Sannio. Il mito, infatti, narra che i giovani sabelli che durante il Ver Sacrum (1) d’epoche lontanissime furono mandati a fondare nuove città, mossero alla volta della nostra regione guidati da un bove. Giunto nei pressi del Matese, l’animale s’inginocchiò per bere alle sorgenti del Biferno. Quella genuflessione fu interpretata come un segno divino ed i giovani decisero di stabilirsi lì, creando la prima colonia sannita (2).
Questa narrazione dimostra come per gli antichi italici il bue fosse animale sacro; fu infatti preso a simbolo della forza e dell’audacia dei guerrieri, ma anche a simbolo dell’umiltà e del sacrificio verso il lavoro. Ed era considerato tanto importante che i sanniti denominarono Bovianum (da bove, appunto) addirittura la loro capitale, ed incisero su moltissime loro monete l’effige d’un toro.
Dall’antichità ad oggi, il bue è stato costantemente presente nella storia del Molise. L’arte medievale ci ha lasciato “enigmatiche” teste di toro scolpite in varie chiese (3); la tradizione orale ci ha consegnato il leggendario personaggio di Re Bove (4) (ovvero la massima figura della società: il sovrano, che viene chiamato con il nome di bue, a testimonianza dell’alta considerazione in cui è stato sempre tenuto questo animale); molti cognomi molisani fanno riferimento al sacro animale sannita (famiglie come: Bove, Vacca, Di Toro, ecc.) così come alcuni nomi di paesi (Toro, Torella del Sannio e la già citata Bojano); un vasto repertorio di racconti popolari (5) ci ha tramandato episodi di carri trainati da buoi che trasportavano sacre reliquie; e importanti feste regionali (rievocando tali episodi) hanno come protagonisti i bovini. Le Carresi – le famose corse di carri trainati dai buoi che sono in uso nel Basso Molise – sono, infatti, manifestazioni che vogliono ricordare il ritrovamento e la traslazione di urne con le ossa di santi, che sarebbero giunte in alcuni paesi su carri trainati da buoi lasciati liberi di correre per poi fermarsi in un luogo predestinato da un disegno divino.

NOTE 1)
1) – Per difendersi dalle grandi calamità, i popoli italici usavano far voto di offrire agli dèi tutto ciò che sarebbe nato nella successiva primavera. Questo rituale era appunto denominato Ver Sacrum (primavera sacra) ed era consuetudine, in tale occasione, che i giovani venissero mandati via a fondare nuove colonie e città.
2) - Francesco Jovine “Viaggio nel Molise”, Isernia, 1976, pagg. 53-54.
3) – In numerose chiese del Molise compaiono raffigurazioni scolpite di teste di bue. Esse (a parte le analisi strettamente artistiche) sono state messe in relazione alla mitica figura di Re Bove (vedi nota successiva) che – secondo la leggenda – avrebbe costruito quelle chiese.
4) – Su “Re Bove” si veda l’attenta analisi fatta da A.M. Cirese, “La leggenda del Re Bove”, in “La Lapa” n. 1-2, 1955, pagg. 45-49.
5) – Per questi racconti si rimanda a: G.A. Tria, “Memorie storiche, civili ed ecclesiastiche della città e diocesi di Larino”, Isernia, 1989; L. Biscardi, “Sulla festa di San Pardo a Larino” in “La Lapa”, numerose citazioni; B. Amorosa , “Il Molise”, Milano, 1924.

(Mauro Gioielli)


Fonte: Forche Caudine, un bel sito sui Sanniti in Molise.